I protagonisti, incuriositi da un invito trovato su un post di Facebook, erano lì per assistere a un evento enigmatico: una sorta di carnevale fuori stagione, un rito antico e dimenticato che la comunità locale sembrava voler tramandare solo a chi era pronto a vedere oltre le apparenze. La storia si srotolava intorno a loro come un filo sottile e oscuro, intrecciando racconti frammentati di scomparse, visioni e antiche superstizioni legate a quel luogo.
La processione iniziò con un rituale familiare: sulle parole del rosario recitato dal parroco, due giovani ragazze portarono avanti due ginostri, aprendo il corteo religioso. La comunità si muoveva con gesti lenti e solenni, diretta verso la chiesa di San Rocco, appena fuori dal paese. Una volta giunti al piccolo edificio sacro, la processione si divise. Alcuni entrarono, proseguendo la preghiera, mentre altri rimasero all’esterno, come in attesa di qualcosa. Fu allora che apparve il portatore della maschera del corvo bianco.

Il cielo era un manto uniforme di nubi grigie, carico di pioggia trattenuta, mentre il gruppo si riuniva all’ingresso del sentiero. Solo il suono delle scarpe sulla terra umida e il vento tra gli alberi accompagnavano i primi passi nel bosco, un corridoio naturale che si stringeva attorno ai partecipanti, come se volesse custodire gelosamente i suoi segreti.
Il cammino si inoltrava tra sentieri che serpeggiavano nel bosco, fiancheggiati da vecchi muri a secco e dai resti di costruzioni dimenticate. Le pietre portavano i segni del tempo e dell’abbandono, tracce di vite trascorse in quei luoghi remoti. Il silenzio era interrotto solo dal gracchiare dei corvi, che si levavano in volo tra le fronde contorte, come messaggeri di qualcosa di antico e insondabile.
Dopo pochi minuti di cammino, il bosco si aprì su un piccolo altopiano, e in lontananza riecheggiarono suoni lontani, indefiniti, come il riverbero di un tempo antico ancora impresso nella pietra e nel legno. La nebbia bassa filtrava tra i rami, sfumando i contorni degli alberi e delle rocce, confondendo le distanze e creando la sensazione che qualcosa – o qualcuno – potesse celarsi appena oltre il velo grigiastro.

Quando il gruppo raggiunse il complesso megalitico della Ca da Norma, il tempo sembrò fermarsi.

Attorno a quelle pietre, la processione si era fermata. I partecipanti, che fino a poco prima li avevano accompagnati silenziosi, si disposero in semicerchio, lasciando il centro della scena al portatore della maschera. Egli avanzò con passi misurati, come guidato da un richiamo invisibile.

Con un movimento solenne, salì sul masso coppellato che sovrastava il luogo. Le incisioni sulla pietra, levigate dai secoli, parevano pulsare alla luce incerta del giorno. Il rituale ebbe inizio. Qualcosa di indefinibile si insinuò nell’aria: un’eco lontana, forse solo il vento tra gli alberi… o il sussurro di voci dimenticate che tornavano a farsi sentire.

Un urlo antico squarciò il silenzio.
Poi, il suo corpo si afflosciò, prosciugato da una forza ignota.
A quel punto, tutto divenne chiaro. Il rituale non era una semplice rievocazione. Non si trattava di una leggenda per intrattenere i curiosi. La maschera attendeva un nuovo volto, un nuovo sacrificio. Gli sguardi dei giocatori si incrociarono: chi sarebbe stato il prossimo? E, soprattutto, qualcuno aveva davvero scelta?

La sessione si chiuse con un silenzio carico di tensione, mentre ogni giocatore rifletteva sulle scelte fatte e sul destino dei propri personaggi. Il ritorno lungo il sentiero fu un viaggio diverso: il bosco non sembrava più lo stesso, il vento sembrava trasportare sussurri che prima non c’erano. Forse era solo suggestione. O forse qualcosa, in quel giorno grigio e senza tempo, si era davvero risvegliato.

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